Marciumi da fitoftora della Soia Phytophthora megasperma var. sojae

Classificazione: Funghi > Macchie e necrosi fogliari da miceti

È una delle più gravi e distruttive malattie della Soia, legata a condizioni di elevata e persistente umidità del suolo. Diffusa negli Stati Uniti, in Italia è stata osservata per la prima volta nel 1988 in alcuni impianti di soia in Lombardia ed Emilia-Romagna.

Agente della malattia è Phytophthora sojae (sin. Phytophthora megasperma var. sojae), di cui sono note numerose razze: questa variabilità genetica viene attribuita in larga parte alla pressione selettiva esercitata sul fungo dalle cultivars resistenti di soia immesse sul mercato.

Oltre alla soia, questo fungo può attaccare anche altre colture, fra le quali pomodoro e varie leguminose (medica, trifoglio, pisello, fagiolo).

Biologia

L'evoluzione della malattia è strettamente legata, oltre che alle caratteristiche genetiche dell'ospite, anche alle condizioni ambientali: periodi provo di piogge hanno un effetto frenante nei confronti delle infezioni in atto, mentre periodi piovosi o con elevata umidità portano alle condizioni favorevoli per lo sviluppo della malattia.

Più esposti risultano gli impianti su terreni pesanti, con ristagni d'acqua, mentre nei terreni sciolti e ben areati è più difficile, ma non impossibile, che l'infezione abbia luogo.

Per crescere e riprodursi la crittogama richiede presenza di acqua e temperature non superiori a 30°C (optimum i 25-28°C).

L'acqua è il veicolo principale di diffusione delle zoospore fungine che vengono liberate nel terreno dagli sporangi formatisi sui residui colturali. Le zoospore si spostano attivamente per mezzo di flagelli mobili e raggiungono le radici delle piante di soia dove innescano il processo infettivo, producendo ife che penetrano nei tessuti radicali.

Sulle radici e sullo stelo delle piante malate (più raramente sulle foglie) si formano nuovi sporangi che liberano altre zoospore e assicurano così il diffondersi dell'infezione. Sulle parti colpite si differenziano anche altri organi del fungo, gli oogoni e gli anteridi i quali, con un processo di fusione sessuale, originano oospore durevoli, in grado di sopravvivere a lungo nel terreno per poi dare avvio all'infezione primaria.

A determinare la gravità degli attacchi concorrono spesso anche altri fattori, non ultimo quello della presenza nel terreno di altri miceti responsabili di marciume radicale (Pythium, Fusarium, Rhizoctonia).

Danni causati

La soia può essere colpita dalla malattia ad ogni stadio di sviluppo.

Con attacchi precoci, su piantine giovani, queste avvizziscono e muoiono rapidamente; più lento e non sempre letale è l'attacco su piante adulte. Il primo sintomo è costituito da un ingiallimento e avvizzimento delle foglie basali, seguito nel tempo da una clorosi diffusa anche alle foglie più alte. Di norma le foglie appassite rimangono a lungo attaccate alla pianta. Ad un esame più attento è visibile un imbrunimento dello stelo a livello dei primi 4 o 5 nodi, che si prolunga ad interessare anche la radice principale; l'apparato radicale nel suo complesso è inoltre ridotto.

È raro trovare singole piante colpite; in genere si notano gruppi di piante malate in mezzo ad individui sani.

Su cultivar con alto grado di resistenza la malattia ha un'incidenza ridotta e non compromette in maniera significativa il raccolto. Al contrario piante suscettibili vengono danneggiate in modo totale e la produzione risulta quantitativamente e qualitativamente scadente.

L'infezione può colpire anche il seme provocandone la marcescenza.

Interventi agronomici

Le misure di controllo nei confronti di P. sojae si basano essenzialmente sull'uso di varietà resistenti e su interventi agronomici.

La resistenza alla P. sojae non è però un carattere assoluto, in quanto anche le cultivar cosiddette resistenti lo sono solo nei confronti di alcune razze ma non di altre.

Interventi agronomici finalizzati a limitare gli attacchi di questa malattia consistono nell'evitare di riseminare soia o altre colture recettive per almeno 4-5 anni su terreni che hanno ospitato piante infette, e nel favorire il drenaggio del suolo in modo tale che l'acqua non ristagni per lungo tempo.

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